Lettera di un’Educatrice: “Quando la pandemia chiuse le ali della libertà”

Sono ormai trascorsi venti giorni da quel pomeriggio durante il quale un cambio turno non fu poi così rapido, più di un’ora a confrontarci per capire al meglio cosa potesse capitare nei giorni a seguire e, infatti, la mattina seguente, era il 9/03/2020, seduti intorno al tavolo l’équipe trascorse il suo tempo a discutere cosa fosse meglio fare, vista ormai la situazione di emergenza. Ancor prima che il Governo annunciasse il primo Decreto, noi Educatrici/Educatori con la Responsabile della Struttura decidemmo di chiudere quella porta per tutelare al meglio i nostri bambini e ragazzi e di dedicare loro del tempo per spiegargli cosa stesse succedendo e perché avessimo preso tale decisione.

La vita in comunità ormai è cambiata, come d’altronde sono cambiate le nostre vite: non solo abbiamo dovuto modificare la routine dei turni ma anche l’intera organizzazione interna del nostro lavoro per poter trascorrere al meglio le giornate. La scuola chiusa, niente visite da parte di genitori, niente uscite, niente sport, la vita cambia radicalmente, come si fa a spiegare ad un bambino e ad un adolescente tutto questo? La paura nei loro occhi di poter rivivere l’ennesimo abbandono suscita in loro tristezza, rabbia e tutti quei sentimenti legati a un vissuto molto particolare che noi operatori conosciamo molto bene. I bambini che vivono in comunità sono bambini che soffrono tanto ma che spesso mostrano resilienza proprio perché noi ci dedichiamo molto a questo; molto spesso crollano perché, non avendo gli stessi strumenti di un adulto, non capiscono cosa realmente stia succedendo. In un momento così delicato le paure aumentano e noi dobbiamo essere pronti ad accoglierli sempre, oggi più che mai affinché possano sentirsi al sicuro e amati da chi oggi si prende cura di loro. Come si fa a spiegare ai bambini che la scuola è chiusa e non siamo in vacanza? Idem ai ragazzi con i quali si può parlare in altri termini, tenendo conto delle loro difficoltà e delle loro situazioni.

Nonostante il timore iniziale siamo riusciti ad organizzare il tutto nel miglior modo possibile e oggi, dopo tre settimane, la mattina svolgono compiti come se fossero a scuola e la sera fanno delle attività insieme per divertirsi, sempre dentro la comunità. Mi viene da sorridere mentre scrivo perché mai avremmo pensato di dover riorganizzare una giornata scolastica e non solo, attività, giochi, svago, mille cose affinché le giornate trascorrano il più serenamente possibile. Arrivare in turno e sentire urlare il tuo nome ti fa sentire viva, felice di aver scelto nella tua vita un lavoro così gratificante come forse pochi al mondo, come se veramente tu fossi una persona talmente speciale da non poter fare a meno di essa. Noi siamo persone speciali, svolgiamo un lavoro speciale e siamo circondati da bambini e ragazzi speciali e oggi viviamo quasi sicuramente un momento speciale che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Noi non siamo solo un’équipe, siamo un gruppo di persone che la vita ha voluto far incontrare in quella casa, “La Casa sull’Albero”. Tra di noi già da tempo è nato qualcosa di importante che va al di là del nostro lavoro, qualcosa che ci unisce e ci fortifica ogni giorno di più. Oggi più che mai ci sentiamo forti e ci siamo l’uno per l’altro. Forse è grazie a tutto questo che il nostro lavoro è straordinario perché ci consente di incontrare colleghe e colleghi con i quali possiamo sentirci liberi di essere, soprattutto in momento in cui le ali della libertà ci sono state chiuse.

Sara Giordo
Educatrice de La Casa sull’Albero

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