Sorridere con gli occhi: la relazione educativa oggi nella Casa rifugio per donne e bambini vittime di violenza

In questo periodo di pandemia mondiale causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2, noi Operatrici della Casa-rifugio del Progetto Aurora ci siamo profondamente messe in discussione, come individui e come professioniste, come probabilmente è accaduto a tante persone. È evidente che quanto sta accadendo non possa che scuotere e destabilizzare, poiché mette in contatto con l’ignoto, genera paura e ansie, toglie riferimenti. La stessa limitazione della libertà, conseguenza dalla regolamentazione resasi necessaria per limitare i contagi, ha mutato profondamente la nostra vita che è oggi scandita da ritmi dettati esclusivamente dai bisogni primari e dallo svolgimento del nostro lavoro. Certamente potremmo fare un lungo elenco di quanto è cambiato il nostro quotidiano, ma vogliamo qui raccontare come è mutato il nostro operare all’interno del nostro servizio, un servizio essenziale, che la Cooperativa Porta Aperta gestisce per conto del Comune di Sassari.

Quello che svolgiamo è un servizio essenziale perché consente di mettere in protezione donne e i loro figli/e che, fino a quel momento, hanno vissuto in una casa (la loro casa) nella quale tale senso di protezione non è stato possibile sentirlo, perché la violenza intra-familiare era parte della loro quotidianità. Mai come in questo momento appare quindi chiaro il senso e l’importanza di un servizio come questo che permette quotidianamente a donne e minori di trovare uno spazio di accoglienza e ascolto per ricostruire il proprio ben-essere, procedendo in un percorso di consapevolezza e di cura del Sé.

Le nostre ospiti si trovano in una condizione di incertezza e fragilità generata dalla scelta di lasciare la propria casa e la vivono in un oggi che è reso ancora più incerto a causa di un virus imprevedibile. Per questo continuiamo a operare quotidianamente, per cercare di garantire un riferimento chiaro e saldo, con una professionalità che è arricchita dalla consapevolezza di avere delle responsabilità verso le ospiti: fare il possibile per proteggerle dal contagio e minimizzare il rischio di essere noi educatrici il veicolo per lo stesso, supportarle emotivamente e logisticamente nella strettissima quarantena che stanno osservando e sostenerle nella relazione con i propri figli, anche loro profondamente colpiti da quanto sta accadendo ed è accaduto nella loro vita. Ci sentiamo in dovere di massimizzare le misure preventive per tutelare le donne e tutte noi operatrici, riducendo al minimo i nostri contatti con l’esterno e prestando estrema attenzione in quelli necessari. Abbiamo imparato ad operare utilizzando i DPI (mascherine e guanti), certamente inusuali nella quotidianità di una casa e nelle relazioni d’aiuto, spiegando la necessità di farlo anche ai minori, affinché non fossero turbati dalla cosa. Proteggiamo le ospiti e i loro figli e figlie, rispettiamo le distanze di sicurezza, ma non abbiamo aumentato le distanze relazionali che restano quelle funzionali alla relazione educativa. Per il bene comune, abbiamo preso decisioni che mettessero insieme cuore e mente per un agire pedagogico equanime. Abbiamo continuato a sorridere e, fortunatamente, possiamo ancora mostrarlo, nonostante parte del viso sia coperta, perché anche gli occhi sorridono e i nostri possono ancora comunicare presenza e consapevolezza, portare uno sguardo sereno e, ce lo auguriamo, rasserenante per accompagnare verso gli obiettivi definiti. Ciò è frutto di un lavoro individuale e di équipe che ci ha permesso di ascoltare la paura (anche noi l’abbiamo avuta e l’abbiamo ancora), di attraversarla, di confrontarci e comprendere quali fossero le risorse da utilizzare, di quali disponessimo e quali fosse necessario potenziare per lavorare in questo momento di pandemia.

Sinterno della relazione. La relazione educativa è sempre mediata dal contesto nel quale il processo relazionale si compie. Il contesto odierno ci chiede di rallentare, far sedimentare le emozioni che stanno circolando (paura, preoccupazione, noia, rabbia) e comprendere come spazi e tempi – individuali, collettivi, educativi – possono essere ripensati alla luce di quanto sta accadendo.

Emanuela Bussu

Pedagogista

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