Lettera di un’Educatrice: “Quando la pandemia chiuse le ali della libertà”

Sono ormai trascorsi venti giorni da quel pomeriggio durante il quale un cambio turno non fu poi così rapido, più di un’ora a confrontarci per capire al meglio cosa potesse capitare nei giorni a seguire e, infatti, la mattina seguente, era il 9/03/2020, seduti intorno al tavolo l’équipe trascorse il suo tempo a discutere cosa fosse meglio fare, vista ormai la situazione di emergenza. Ancor prima che il Governo annunciasse il primo Decreto, noi Educatrici/Educatori con la Responsabile della Struttura decidemmo di chiudere quella porta per tutelare al meglio i nostri bambini e ragazzi e di dedicare loro del tempo per spiegargli cosa stesse succedendo e perché avessimo preso tale decisione.

La vita in comunità ormai è cambiata, come d’altronde sono cambiate le nostre vite: non solo abbiamo dovuto modificare la routine dei turni ma anche l’intera organizzazione interna del nostro lavoro per poter trascorrere al meglio le giornate. La scuola chiusa, niente visite da parte di genitori, niente uscite, niente sport, la vita cambia radicalmente, come si fa a spiegare ad un bambino e ad un adolescente tutto questo? La paura nei loro occhi di poter rivivere l’ennesimo abbandono suscita in loro tristezza, rabbia e tutti quei sentimenti legati a un vissuto molto particolare che noi operatori conosciamo molto bene. I bambini che vivono in comunità sono bambini che soffrono tanto ma che spesso mostrano resilienza proprio perché noi ci dedichiamo molto a questo; molto spesso crollano perché, non avendo gli stessi strumenti di un adulto, non capiscono cosa realmente stia succedendo. In un momento così delicato le paure aumentano e noi dobbiamo essere pronti ad accoglierli sempre, oggi più che mai affinché possano sentirsi al sicuro e amati da chi oggi si prende cura di loro. Come si fa a spiegare ai bambini che la scuola è chiusa e non siamo in vacanza? Idem ai ragazzi con i quali si può parlare in altri termini, tenendo conto delle loro difficoltà e delle loro situazioni.

Nonostante il timore iniziale siamo riusciti ad organizzare il tutto nel miglior modo possibile e oggi, dopo tre settimane, la mattina svolgono compiti come se fossero a scuola e la sera fanno delle attività insieme per divertirsi, sempre dentro la comunità. Mi viene da sorridere mentre scrivo perché mai avremmo pensato di dover riorganizzare una giornata scolastica e non solo, attività, giochi, svago, mille cose affinché le giornate trascorrano il più serenamente possibile. Arrivare in turno e sentire urlare il tuo nome ti fa sentire viva, felice di aver scelto nella tua vita un lavoro così gratificante come forse pochi al mondo, come se veramente tu fossi una persona talmente speciale da non poter fare a meno di essa. Noi siamo persone speciali, svolgiamo un lavoro speciale e siamo circondati da bambini e ragazzi speciali e oggi viviamo quasi sicuramente un momento speciale che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Noi non siamo solo un’équipe, siamo un gruppo di persone che la vita ha voluto far incontrare in quella casa, “La Casa sull’Albero”. Tra di noi già da tempo è nato qualcosa di importante che va al di là del nostro lavoro, qualcosa che ci unisce e ci fortifica ogni giorno di più. Oggi più che mai ci sentiamo forti e ci siamo l’uno per l’altro. Forse è grazie a tutto questo che il nostro lavoro è straordinario perché ci consente di incontrare colleghe e colleghi con i quali possiamo sentirci liberi di essere, soprattutto in momento in cui le ali della libertà ci sono state chiuse.

Sara Giordo
Educatrice de La Casa sull’Albero

Sua Maestà Ingenuità. Favola di un’educatrice per bimbi “ingenui”

Il coronavirus, si sa, porta con sé tante conseguenze. Una positiva è la capacità di ciascuno di noi di reagire e trovare per sé e per gli altri risorse che possono aiutare ad affrontare la paura ma anche l’ansia o semplicemente la noia dello stare a casa.

La favola che riportiamo è inedita, è stata scritta da Emanuela Michela Bussu, una delle nostre pedagogiste impegnate a Casa Aurora che è anche un’ottima osservatrice di ciò che sta accadendo ai più piccoli. Perché, si sa, i bambini si accorgono di tanto o di tutto, vedono i cambiamenti nella loro quotidianità e nelle espressioni dei genitori, nell’assenza degli amichetti e dei giochi all’aperto tutti insieme. Sono ingenui solo agli occhi di molto adulti, eppure hanno tante risorse da cui possiamo imparare 🙂

P.s. si ringrazia la Coordinatrice di Casa Aurora, Giovanna Piana, per aver dato lo spunto di partenza per questa favola.

Sua Maestà Ingenuità
C’era una volta Gaia, una terra felice, dove tutto girava tanto veloce,
così veloce che la felicità non era possibile vederla nella quotidianità.
I bambini, loro sì, sorridevano sempre e la felicità la trovavano in ogni dove.
I grandi la chiamavano ingenuità.
Quando un giorno accadde un fatto molto preoccupante, i grandi pensarono che bambini e
bambine non avrebbero capito. L’ingenuità, pensavano loro, li avrebbe protetti dalla paura
e dal sapere quanto fosse pericoloso un piccolo esserino, Corona Virus, Corona per gli amici
(anche se lui di amici ne aveva ben pochi). L’esserino era tanto colorato quanto forte e più
andava veloce più tanti abitanti della terra contagiava. Insieme a lui, andava veloce la paura
perché Corona Virus aveva il potere di fare ammalare le persone, ma non solo. I bambini,
che ingenui come pensavano i grandi non erano, avevano notato che cambiava la faccia
alle persone, perché tutti erano così preoccupati che anche mamma e babbo non riuscivano
per niente a fare finta di niente.
Le giornate erano cambiate: stare a casa, niente scuola, non baciarsi e abbracciarsi, pure il
parco era negato e lo svago con i nonni e le persone amate rimandato. Questo era stato
chiesto a tutta la cittadinanza: stare a casa. I grandi erano tristi e, se lavare le mani ben
bene non era faticoso, qualche altro comportamento era rischioso e trovare la soluzione alla
noia e al problema, dopo tanti giorni, diventava difficoltoso: ci fu chi propose soluzioni
diverse, chi nel divano si perse. Degli scienziati le energie furono ben spese, ma i bambini
usarono la fiducia nel futuro e vollero regalare a ciascuno un po’ di colore: “Rosso per te,
arancione per tre, giallo per sé, verde, blu, indaco e viola per chi dell’arcobaleno si
innamora”. “Più ce n’è, meglio è!”, pensarono gli ingenui bambini mentre dipingevano e regalavano una nuova faccia a Gaia, la Terra, che, così colorata, era tanto cambiata e forse
così bella non lo era mai stata.
Fu così che Corona, che quella forza e tutti quei colori pensava di possederli solo lui, triste
s’arrese, tolse la sua corona e decise di partire per universi lontani. L’ingenuità fu incoronata
regina delle doti e tutti si inchinarono al cospetto di Sua Maestà Ingenuità. Ci fu una grande
festa, con baci, abbracci, giochi e risate, per la gioia e la vicinanza ritrovate.

C’era una volta e c’è ancora Gaia che, si dice, oggi sia ancora più felice.

Autrice: Emanuela Michela Bussu.

#andràtuttobene

#storiedimela

Sorridere con gli occhi: la relazione educativa oggi nella Casa rifugio per donne e bambini vittime di violenza

In questo periodo di pandemia mondiale causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2, noi Operatrici della Casa-rifugio del Progetto Aurora ci siamo profondamente messe in discussione, come individui e come professioniste, come probabilmente è accaduto a tante persone. È evidente che quanto sta accadendo non possa che scuotere e destabilizzare, poiché mette in contatto con l’ignoto, genera paura e ansie, toglie riferimenti. La stessa limitazione della libertà, conseguenza dalla regolamentazione resasi necessaria per limitare i contagi, ha mutato profondamente la nostra vita che è oggi scandita da ritmi dettati esclusivamente dai bisogni primari e dallo svolgimento del nostro lavoro. Certamente potremmo fare un lungo elenco di quanto è cambiato il nostro quotidiano, ma vogliamo qui raccontare come è mutato il nostro operare all’interno del nostro servizio, un servizio essenziale, che la Cooperativa Porta Aperta gestisce per conto del Comune di Sassari.

Quello che svolgiamo è un servizio essenziale perché consente di mettere in protezione donne e i loro figli/e che, fino a quel momento, hanno vissuto in una casa (la loro casa) nella quale tale senso di protezione non è stato possibile sentirlo, perché la violenza intra-familiare era parte della loro quotidianità. Mai come in questo momento appare quindi chiaro il senso e l’importanza di un servizio come questo che permette quotidianamente a donne e minori di trovare uno spazio di accoglienza e ascolto per ricostruire il proprio ben-essere, procedendo in un percorso di consapevolezza e di cura del Sé.

Le nostre ospiti si trovano in una condizione di incertezza e fragilità generata dalla scelta di lasciare la propria casa e la vivono in un oggi che è reso ancora più incerto a causa di un virus imprevedibile. Per questo continuiamo a operare quotidianamente, per cercare di garantire un riferimento chiaro e saldo, con una professionalità che è arricchita dalla consapevolezza di avere delle responsabilità verso le ospiti: fare il possibile per proteggerle dal contagio e minimizzare il rischio di essere noi educatrici il veicolo per lo stesso, supportarle emotivamente e logisticamente nella strettissima quarantena che stanno osservando e sostenerle nella relazione con i propri figli, anche loro profondamente colpiti da quanto sta accadendo ed è accaduto nella loro vita. Ci sentiamo in dovere di massimizzare le misure preventive per tutelare le donne e tutte noi operatrici, riducendo al minimo i nostri contatti con l’esterno e prestando estrema attenzione in quelli necessari. Abbiamo imparato ad operare utilizzando i DPI (mascherine e guanti), certamente inusuali nella quotidianità di una casa e nelle relazioni d’aiuto, spiegando la necessità di farlo anche ai minori, affinché non fossero turbati dalla cosa. Proteggiamo le ospiti e i loro figli e figlie, rispettiamo le distanze di sicurezza, ma non abbiamo aumentato le distanze relazionali che restano quelle funzionali alla relazione educativa. Per il bene comune, abbiamo preso decisioni che mettessero insieme cuore e mente per un agire pedagogico equanime. Abbiamo continuato a sorridere e, fortunatamente, possiamo ancora mostrarlo, nonostante parte del viso sia coperta, perché anche gli occhi sorridono e i nostri possono ancora comunicare presenza e consapevolezza, portare uno sguardo sereno e, ce lo auguriamo, rasserenante per accompagnare verso gli obiettivi definiti. Ciò è frutto di un lavoro individuale e di équipe che ci ha permesso di ascoltare la paura (anche noi l’abbiamo avuta e l’abbiamo ancora), di attraversarla, di confrontarci e comprendere quali fossero le risorse da utilizzare, di quali disponessimo e quali fosse necessario potenziare per lavorare in questo momento di pandemia.

Sinterno della relazione. La relazione educativa è sempre mediata dal contesto nel quale il processo relazionale si compie. Il contesto odierno ci chiede di rallentare, far sedimentare le emozioni che stanno circolando (paura, preoccupazione, noia, rabbia) e comprendere come spazi e tempi – individuali, collettivi, educativi – possono essere ripensati alla luce di quanto sta accadendo.

Emanuela Bussu

Pedagogista

Educazione e speranza: la voce di un’operatrice de La Casa sull’Albero

Ogni giorno, in questo momento di grande difficoltà, sentiamo parlare di tutte quelle categorie di lavoratori che continuano a svolgere il proprio lavoro, con impegno, professionalità e responsabilità.
Un pensiero in particolare va dedicato ai medici, agli infermieri e a tutto il personale che opera presso gli ospedali in quanto, oltre a continuare il proprio servizio in modo professionale e responsabile, lo fanno rischiando ogni giorno di contrarre il coronavirus più di ogni altra categoria di lavoratori.
Anche gli educatori che operano nelle strutture residenziali appartengono alla categoria di chi non può fermarsi.
Io stessa da diversi anni opero in una Comunità educativa per minori presente sul nostro territorio – La Casa sull’Albero (Sorso)- e, insieme a me, altri colleghi dedicano il proprio impegno ai minori accolti.
Ancora oggi il nostro lavoro non è ben compreso dalla popolazione, tanto da sentirsi chiedere, in tempi di coronavirus, “Ma tu, perché stai lavorando?” “Non avete chiuso?”.
Le Comunità educative per minori non possono chiudere!
Sono vere e proprie case in cui vengono accolti i minori inviati dai Servizi Sociali del territorio e affidati dal Tribunale per i minorenni. Gli ospiti delle Comunità sono bambini e ragazzi che hanno un’età compresa tra i 0 e 18 anni, fino ad un massimo, in casi particolari, di 21 anni.

All’interno delle strutture si svolge la quotidianità che la maggior parte di noi conosce. In tempi “normali” si frequenta la scuola, si pranza tutti insieme, si svolgono i compiti pomeridiani, si pratica sport, si esce con i propri amici, insomma si conduce una vita abbastanza comune per quanto riguarda le routine quotidiane.
A seconda dei casi e su indicazione del Tribunale, i ragazzi incontrano e frequentano anche i loro familiari, genitori, parenti ma trascorrono la maggior parte del loro tempo con noi educatori che diveniamo o almeno proviamo a diventare le loro figure di riferimento.
Cosa significa essere educatore?
Se partiamo dall’etimologia del termine, Educare deriva dal latino educere = “condurre fuori”, “liberare”, “far venire alla luce qualcosa che è nascosto”.
Educare significa quindi permettere la realizzazione piena del potenziale e delle vocazioni presenti nei bambini e nei ragazzi, ma anche realizzare se stessi realizzando gli altri, l’educatore deve infatti, prima di tutto, attraversare un processo di auto- educazione e costantemente curare la propria crescita personale per essere efficace nella relazione educativa.
Instaurare una relazione educativa all’interno della Comunità è un processo lungo e difficile, ci troviamo dinanzi a ragazzi che provengono da contesti problematici e che spesso hanno perso la fiducia negli adulti, ragazzi che si trovano davanti degli sconosciuti da ascoltare, ai quali affidarsi, confidarsi, appoggiarsi.
Affinché la relazione educativa possa instaurarsi, diviene importante che vi sia da parte di entrambi un riconoscimento reciproco, solo allora si afferma il valore e la dignità e i ragazzi possono credere nuovamente nelle relazioni. L’educatore infatti, se vuole insegnare qualcosa deve mettersi nella condizione di imparare. I grandi autori pedagogisti come Maria Montessori hanno imparato dai loro stessi allievi come fosse possibile aiutarli a crescere.
Questo significa che il dialogo educativo non può essere un monologo, l’educatore deve porsi in ascolto e predisporsi ad apprendere dai ragazzi.
Oggi più che mai, in questo difficile momento storico, noi educatori abbiamo il compito di trasmettere la speranza nel futuro e possiamo farlo prima di tutto apprendendo dai ragazzi, imparando dalla loro resilienza e adattabilità ad andare avanti e a trovare, attraverso un adattamento creativo, la via per proseguire il nostro cammino.
E dopo aver appreso possiamo far desiderare loro il mondo, quel mondo che noi conosciamo meglio e più di loro, quel mondo tangibile fatto di luoghi, viaggi, relazioni positive, soddisfazioni, gratificazioni e successi piccoli e grandi, tutte cose che loro ancora non conoscono o che si accingono a sperimentare e che noi, ora più che mai, desideriamo nuovamente risperimentare dopo questo periodo di forzato isolamento.
Dobbiamo trasmettere loro la motivazione, la curiosità, il desiderio di scoprire e sperimentare.
E allora, ancora, l’adattamento creativo diviene reciproco, diviene un rapporto bidirezionale e quindi vivo, la possibilità di imparare da tutti, di farsi colpire e stupire dall’altro, come sostenuto da Danilo Dolci … e chissà se quella dell’adattamento reciproco non possa essere una lezione che tutti impareremo e terremo a mente dopo che questo virus che colpisce tutti senza distinzioni sarà stato debellato.

Silvia Piredda
Educatrice, Psicologa

Progetto Aurora ricorda Paola Rizzu

Da anni l’immagine che accompagna Progetto Aurora, insieme al suo logo, è una foto che ritrae una coppia. Non la solita foto, col solito sguardo. In quest’immagine c’è un chiaro messaggio: la lotta alla violenza di genere si accompagna alla decostruzione degli stereotipi, riconoscendo a donne e uomini anzitutto il loro diritto a essere umani, persone, entrambi con emozioni, libertà, desideri che non si conciliano col possesso, con ruoli impari, con negazioni di emozioni o di forza interiore.
E’ opera di Paola Rizzu. Questo è lo sguardo di una fotografa che coglieva significati profondi e ce li sapeva restituire nel suo modo originale. Questo è lo sguardo potente di una donna.
Progetto Aurora lo porta con sé.

Grazie Paola 

Il nostro Grazie alle nostre Risorse Umane

Porta Aperta gestisce due comunità:
🔸La casa sull’Albero, a Sorso, una comunità educativa residenziale per minori
🔹 Casa Aurora, la struttura che accoglie donne vittime di violenza con i loro figli minori

Nelle due comunità lavorano le nostre educatrici ed educatori.
Non sono medici, non sono infermieri né oss, eppure come loro svolgono un lavoro che li vede in prima linea e che non gli permette di stare a casa.
Anche il loro mestiere comprende i turni, le notti, la presenza nei giorni festivi, la reperibilità che non gli consente di spostarsi di molto dalla struttura. Ed ora, il loro mestiere non gli consente di stare a casa come noi.
Di fronte a questa pandemia, anche i nostri colleghi hanno le loro paure che sono amplificate perché temono per sé, per i famigliari, ma anche per le persone che vivono nelle comunità e che sono già in situazioni di fragilità.
Non è solo una paura “fisica” ma è anche relativa al benessere psicologico di chi hanno in carico. Questo comporta un maggiore stress per tutte e tutti.

Per questo Porta Aperta vuole ringraziare le Coordinatrici, le educatrici e gli educatori delle nostre comunità, le nostre risorse umane. Perché ci sono, nonostante tutto e nonostante questo allarme costante che tengono a bada, pensando prima di tutto a far star sereni donne, bambini, ragazzi adolescenti. Persone di cui si prendono cura.

Noi siamo un’unità. Non vi lasciamo soli.

Abbiamo ringraziato i nostri educatori e coordinatori impegnati nelle due Comunità, ma ora vogliamo ricordare tutte le nostre altre risorse umane che continuano a garantire il loro lavoro, nel rispetto delle ordinanze istituzionali.
Grazie a Gavino e Luciana, soci fondatori di questa cooperativa e nostri punti di riferimento, sempre avanti e sempre forti, che sono il cuore de La Casa sull’Albero, insieme agli educatori, alla coordinatrice e alla carissima Michelina.
Grazie a tutti coloro che lavorano al Servizio Sociale e al CED di Sorso ed al Segretariato Sociale di Sennori: sono le nostre assistenti sociali Giovanna, Caterina, Giuseppina, l’addetta all’accoglienza Giusy, il nostro amministrativo Riccardo e la psicologa Stefania che non sospendono la loro attività e che vi aiutano a trovare soluzioni alla richieste d’aiuto.
Grazie ai nostri capo-cantiere Gian Piero e Franco che lavorano a Tissi, per continuare a portare avanti il vostro lavoro rendendo un servizio costante ad un paese-modello che crede nella bellezza e nell’inclusione sociale.
Grazie ai nostri psicologi del centro Epochè che continuano il loro prezioso compito perché la salute passa anche e soprattutto dal benessere psicologico.
Grazie ad Agostino, socio fondatore di Porta Aperta e anima di questa cooperativa, che continua a garantire il suo lavoro di psicologo-psicoterapeuta allo sportello di Padria, da Epochè e allo Sportello di consulenza per uomini autori di violenza e stalker di Progetto Aurora.
Grazie alle nostre psicologhe del CAV, Giovanna e Rossella, che insieme all’équipe delle educatrici di Casa Aurora continuano a mantenere sempre attivo Progetto Aurora, un servizio essenziale che crediamo sia un fiore all’occhiello per il Plus di Sassari ma soprattutto per noi che lo abbiamo nel cuore da 11 anni ormai.
Grazie alle nostre oss e generiche Sara ed Emanuela che continuano la loro opera di assistenza.
Grazie a chi lavora da casa – che anche questo è importante e non è facile- mandando avanti la progettazione, le pratiche amministrative, la comunicazione back-office. Ma anche a chi, suo malgrado, ha dovuto sospendere il proprio lavoro come le educatrici del CED e del SET.
Infine, grazie al nostro prezioso trio che da un anno compone il Consiglio di Amministrazione: Roberta, Giovanna ed Anna che si fanno sentire sempre vicine dandoci idee e portando avanti Porta Aperta col loro lavoro ed entusiasmo.

Siete e tutte e tutti preziosi. Siamo noi Porta Aperta 

Arriva la newsletter per le nostre risorse umane

Nel percorso di cambiamento che stiamo affrontando da un anno, vogliamo che tutte le persone che lavorano in Porta Aperta siano sempre più coinvolte nella vita della cooperativa.
Siamo in tante e tanti, mandiamo avanti il nostro lavoro in un settore – quello sociale – che è molto delicato e lo svolgiamo in tempi non facili. Lo facciamo da professioniste e professionisti competenti ed esperti. Persone di fiducia.
Per questo, da oggi, tutte e tutti voi riceverete periodicamente una newsletter che vi racconterà ogni passo fatto finora e quali sono le prossime mete, da condividere insieme.

Siamo le nostre risorse.

Contattaci. Noi ci siamo

Le direttive emanate ieri dal Governo limitano fortemente la libertà di tutti noi di uscire, stare insieme, lavorare normalmente e normalmente divertirci.
Eppure sono necessarie e dobbiamo rispettarle, riscoprendo risorse che forse avevamo dato per scontato. Dobbiamo dare nuovo valore al tempo dello stare raccolti.
Eppure, sappiamo che molt* di noi vivono situazioni difficili e pericolose proprio nello stare in casa, come le vittime di violenza domestica e le vittime di violenza assistita.
Altr* vivono fortemente l’ansia del contagio o il senso di solitudine che può derivare dallo stare in casa. Pensiamo alle persone anziane ma anche a chi soffre di depressione, attacchi di panico, ansia.
Per tutti voi noi di Porta Aperta cerchiamo di essere il più possibile presenti, tenendo attivi i servizi più importanti.

🔹 Se subisci violenza fisica o psicologica, chiama Progetto Aurora:
Numero Verde 800 042 248
CAV: tel. 079 21 03 11 (dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 12:00 e il martedì dalle 15:00 alle 18:00)
e-mail: progetto.aurora@portapertaonlus.it

🔸 Se ti senti in difficoltà, provi una forte ansia, hai attacchi di panico o comunque desideri confrontarti con uno psicologo, contatta il Centro clinico Epoché:
Tel. 345 05 81 256 (dal lunedì al venerdì – dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 15:00 alle ore 17:00)
e-mail: ccepoche@gmail.com
www.centroclinicoepoche.org

📍 Per avere informazioni sui nostri servizi, contatta Porta Aperta
Tel. 342 016 90 98
e-mail: info@portapertaonlus.it e amministrazione@portapertaonlus.it

Siamo forti, insieme.

Coronavirus: modifiche nell’accesso ai servizi

Alcuni dei nostri servizi stanno subendo delle modifiche per consentire di tutelare utenti e lavoratori dal coronavirus.

🔸 Il Centro Educativo Diurno che gestiamo per il Comune di Sorso resterà chiuso ai piccoli utenti fino al 15 marzo, salvo eventuale proroga in seguito all’emanazione di nuove direttive. Resta garantito il Servizio di Consulenza Psicologica, sebbene nel rispetto delle misure precauzionali.

🔸 La comunità educativa “La Casa sull’Albero” di Sorso ha sospeso tutti gli incontri con i genitori ed i parenti e le uscite dei ragazzi più grandi. E’ stato momentaneamente sospeso anche il servizio civile svolto dai nostri volontari. 

🔸 Progetto Aurora proseguirà i suoi servizi, dal momento che l’accesso al CAV e allo Sportello di Consulenza per autori di violenza e stalker non implica una grande affluenza di pubblico, poiché avviene prevalentemente tramite appuntamento. Per questo si chiede a chi accede di far riferimento a semplici norme comportamentali: adottare una distanza fisica di almeno 1 metro dall’operatore ed eventuali altri utenti, igienizzare le mani e, in caso si avessero sintomi influenzali, chiedere il rinvio dell’appuntamento.

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